La straordinaria attrice Pozzi nell’eroina tragica destinata ad avere il dono della preveggenza ma a non essere creduta al Filodrammatici di Milano
Rovine e macerie. Contemplare le rovine, significa fare un’esperienza del tempo puro, non databile, sono le tracce più materiali del nostro passaggio sul pianeta terra, facendoci sentire sopravvissuti di un passato che ci appartiene, ci parla, si svela e testimonia la sua eterna realtà, conservando unicità e sacralità. E contribuisce a creare identità, valori, cultura, monito. La nostra epoca non produce più rovine, ma solo macerie, sempre rimovibili per lasciare il posto alla ricostruzione. Non anela all’eternità di un sogno di pietra, ma a un assoluto presente “sostituibile” all’infinito. Le macerie sono tutte uguali, un grumo informe di materia disfatta, indistinta e caotica, ammassi che non ci parlano, ingombrano e vanno eliminati rapidamente. Ed è da questa originale suggestiva riflessione su cui l’antropologo francese Marc Augé ha scritto pagine luminose che prende inizio l’emozionante monologo Cassandra o dell’inganno, portato in scena al teatro dei Filodrammatici di Milano da Elisabetta Pozzi, raffinata signora del palcoscenico, attrice magnetica e colta, da anni straordinaria interprete delle grandi eroine del mito greco, facendo adesso risuonare le parole che si levano dalle rovine di pietra della tragica profetessa troiana, figlia di Priamo e di Ecuba, cui Apollo ha dato il dono di prevedere il futuro e insieme la condanna di non essere creduta, come punizione per averlo respinto. Eroina preveggente contrapposta alla cecità del potere. Una vicenda antica che diventa contemporanea senza soluzione di continuità, per indagare la nostra civiltà orfana di identità, smarrita nei valori, cercando di capire quale sia oggi l’inganno, il “Cavallo di Troia” che la nostra società ha accolto condannandosi inevitabilmente alla distruzione. Il testo di Euripide riecheggia presente, dal passato al futuro, come metafora della solitudine dell’individuo che, pur essendo in grado di vedere ciò che altri ignorano, viene marginalizzato o ridicolizzato da chi non vuole vedere o ascoltare altra verità, se non quella del pensiero imposto surrettiziamente dalla élite dominante.
Fu proprio davanti al maestoso ingresso della porta dei leoni, giunta fra le rovine dell’antica Micene, lì dove il Mito mostra Agamennone sul carro del vincitore, ricorda Elisabetta Pozzi, principiando il racconto del monologo, raccogliendo le grandi cornici rotte disposte sul palcoscenico, che l’attrice “vide” Cassandra, resa schiava, bottino di guerra del vincitore Agamennone, dopo aver invano profetizzato l’inganno del cavallo e la caduta di Troia. E l’attrice ed il suo personaggio si fondono rompendo la barriera tra mito e realtà, e con Cassandra, anzi in lei, sale verso la collina, verso la reggia dove Clitennestra farà preparare i tappeti rossi per accogliere il marito. Sa già cosa aspetterà sia a lei che al re la sera stessa dell’arrivo, e sa come sempre che il conoscere la verità non servirà a nulla. Perché inascoltata. La tragedia si compie, il sangue e la morte, Agamennone verrà ucciso nella vasca da bagno da Clitennestra adirata col marito per via del sacrificio della figlia Ifigenia e anche la profetessa cade vittima della sua furia vendicatrice.
Elisabetta Pozzi ha costruito una drammaturgia originale con la collaborazione di Massimo Fini, capace di parlare alle nostre menti e ai nostri cuori, partendo dalle parola alate di Eschilo ed Euripide e accogliendo, in un montaggio serrato e avvincente, suggestioni da altre scritture: Thomas Elliot, Christa Wolf, Ghiannis Ritsos fino a Wislawa Szymborska, Pier Paolo Pasolini, Marc Augé, Jean Baudrillard.
La scenografia di Guido Buganza è spoglia, dominata da grandi cornici rotte che rappresentano un passato ormai in disfacimento, immersa in una atmosfera tendenzialmente buia e cupa come le ombre della nostra modernità, accompagnata dalle musiche e le luci di Daniele D’Angelo, che contribuiscono alla forza impattante e all’energia del monologo. In costante dialogo con i chiaroscuri, i toni della voce, le pause e gesti dell’attrice. Ci raccontano tutto. Tutto lo spavento e la bruciante dolorosa consapevolezza per il futuro incerto di questa nostra civiltà occidentale, in cui l’uomo moderno, con la sua ubris, la sua incapacità di porsi dei limiti, “è ormai diventato un minuscolo ragno al centro d’una immensa tela che si tesse ormai da sola, e di cui è l’unico prigioniero”. Destinato alla catastrofe se non riconosciamo e affrontiamo i segnali premonitori. Quali sono i cavalli di Troia che la nostra società ha accolto condannandosi alla catastrofe? L’uso di raffinati sistemi di manipolazione mentale della global tecnocrazia che usa nuovi linguaggi e sistemi di controllo, un processo di restrizioni di fatto delle libertà personali, l’ottusità dei radicalismi che nega la complessità della realtà, l’espansione delle autocrazie e la guerra. Un’idea di progresso che nella sua folle corsa sta cancellando parte della nostra cultura e la nostra memoria. E’ questa sensazione di assuefazione e la mancanza di consapevolezza nei confronti di tragedie future che lo spettacolo cerca di scuotere nelle nostre menti sorde e incapaci di immaginare un nuovo futuro possibile.
Elisabetta Pozzi dona voce a Cassandra e lei di nuovo ci avverte, con dolente intensità che se non riconosciamo gli inganni e non ascoltiamo chi prova ad indicare strade diverse, lasceremo solo macerie e non rovine. Resteranno solo detriti di questo presente senza storia e senza futuro.