Una scena di "Accabadora". Credit Marina Alessi

Al Menotti Milano (fino al 23 marzo) è di nuovo in scena lo spettacolo ispirato al romanzo della scrittrice Murgia con protagonista dalla talentuosa Della Rosa. Il tour si concluderà a Crema il 6 aprile

C’è la relazione intensa e complessa tra una madre e una figlia al centro dello spettacolo “Accabadora”, ispirato al romanzo omonimo di Michela Murgia, Premio Campiello nel 2010, scritto drammaturgicamente in forma di monologo da Carlotta Corradi, per la regia di Veronica Cruciani, che è ritornato in scena al Teatro Menotti di Milano, per poi proseguire la  tournée fino ad aprile in altre città.

Un’altra scena dello spettacolo. Credit Marina Alessi

Una trasposizione teatrale resa intensa dalla interpretazione e dalla presenza scenica di Anna Della Rosa, milanese, classe 1978, attrice talentuosa e pluripremiata (Premio Eleonora Duse e il Premio della Critica 2024) di nuovo protagonista di Accabadora (prima messinscena  nel 2019). Sola, su una scena vuota, astratta, in uno spazio e tempo non specificamente definito che potrebbe ricondursi alla prima metà del ‘900d) diviene Maria Listru, filla de anima – è così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell’altra. Maria, ultima e indesiderata di quattro sorelle, orfane di padre, ha  6 anni quando Tzia Bonaria Urrai, la sarta del paesino immaginario della Sardegna, Soreni, benestante, che non si è mai sposata, va a parlare alla madre perché gliel’affidi, per offrirle un riscatto, insegnarle un mestiere, garantirle lo studio. La zia Bonaria Urrai fa rinascere Maria una seconda volta creando un legame fatto di accoglienza, rispetto e affetto sincero. Maria cresce nell’ammirazione di questa nuova madre. Per la prima volta in vita sua si sente scelta e accettata, lei che dalla donna che l’ha messa al mondo era chiamata “l’ultima” o “la quarta”. Fino al giorno in cui scopre che si può essere essere una seconda madre. E anche l’ultima. Tzia Bonaria è un’Accabadora: una figura, radicata nell’immaginario rituale della tradizione della Sardegna, colei che pone fine a una vita, assolvendo a un compito di misericordia, per chi non essendo più in grado di vivere, alla morte ambisce (la parola viene da acbar che nelle lingue della penisola iberica sta per finire, uccidere). La lunga gonna nera, ampia, uno scialle ancora più nero, il passo veloce, di notte, furtiva, entra nella stanza dell’agonia. E con un cuscino o qualche altro strumento, si incarica di sciogliere un’esistenza dalla gabbia terminale a cui è incatenata. Oggi si chiama eutanasia. Maria viene travolta dalla rivelazione inaspettata questo segreto feroce di morte costituisca un elemento di difficile elaborazione, prende i contorni di un inganno- E’ allora che decide di lasciare il paese per la grande e lontana Torino, “dove le strade sono state costruite prima delle case”, perché “ci sono cose che si fanno e le cose che non si fanno”. Fino ad una conclusione che rimette in discussione ogni convinzione, , quando viene a sapere che la sua sempre amata Tzia Bonaria, colpita da ictus, è in fin di vita.

Anna Della Rosa in “Accabadora”. Credit Marina Alessi

Lo spazio scenico è costituito da elementi essenziali: una panca di metallo, una sedia, con una brocca d’acqua e due bicchieri. Un rialzo costituito da struttura orizzontale, sollevata su tantissimi cilindri di vetro o plexiglass. Uno spazio astratto, mentale, dal cromatismo emozionale disegnato dalle luci monocromatiche di Gianni Staropoli e di Raffella Vitiello, con colori forti (il rosso, l’azzurro, il viola, il blu, il giallo) che dialogando con la drammaturgia narrativa, cambiano di intensità assumendo varie colorazioni sul fondale, con l’alternanza di chiari e scuri,  secondo gli stati d’animo dell’interpretazione. Il  personaggio viene sbalzato in un controluce narrativo e visivo allo stesso tempo. Anna Della Rosa si muove come racchiusa in una scatola ottica, fra direttrici  geometriche rigide e  spezzate, diagonalmente, prima avanti poi indietro, seduta immobile con le mani in grembo, distesa, o rannicchiata in posizione fetale. Camminamenti di un percorso esperienziale, una continua oscillazione tra passato e presente. Una silhouette rigida e piegata dal dolore che si concede a slanci impulsivi. Una vocalità modulata nei toni ricca di sfumature espressive che fa risuonare (credibile anche nel suo accento sardo) tutte le emozioni, l’amore, la rabbia, il rancore, il perdono, l’accettazione, la pietas. Sottolineato da gesti ora pacati, ora nervosi. Animata da un ritmo incalzante, quasi privo di pause, in un crescendo di pathos e di pietas. Una partitura che risuona nella interpretazione dell’attrice, per forza, intensità, e durezza pari alla disperazione, come uno Stabat filia dolorosa. Una figlia che parla, che rievoca, che cerca un senso per una verità dolorosamente incomprensibile e inaccettabile.  

Le luci monocromatiche di scena

Anna Della Rosa porta in scena la rabbia di Maria, urlata in uno strazio  di dolore e di sgomento troppo pieno d’amore. Cerca di richiamare alla mente le piccole gioiose felicità domestica quando Ztia era genitrice e di vita e non di morte. Maria per tutto lo spettacolo si rivolge a lei, a una invisibile Bonaria che – scopriremo alla fine – è distesa sul suo letto di morte senza la possibilità di rispondere, a causa di un ictus. Ricorda come  Bonaria Urrai l’aveva guardata bene quella bambina dimenticata, quando in una bottega si era infilata un pugno di ciliegie nella taschina del vestito. Maria porta in sé questo lutto, fatica a mettere insieme gli elementi vitali di una madre con colei che procura la morte. Maria dialoga con se stessa. Un dialogo vibrante, con i suoni creati da Hubert Westkemper, respiri, sospiri, venti, tempeste, spasimi, lo sciabordìo dell’acqua con cui Maria in scena si disseta, immerso nelle suggestive luci  che creano un’atmosfera algida straniante, e il fondale che  riempie con i video di Lorenzo Letizia del viso di Maria, controfigure della sua anima e identità. Come fosse un soliloquio. Si assiste così  a una sorta di graduale trasformazione del personaggio: da figlia a madre. La gonna lunga, la camicia e lo scialle nero che Maria indossa dopo aver dismesso il  vestito colorato di azzurro che indossava in continente sono il segno tangibile di una identificazione e riappropriazione di questa figura materna.

Assorta e quasi rapita l’attenzione del pubblico che si scioglie in un entusiastico ripetuto applauso. Un monologo che non ci lascia spettatori in platea ma ci chiama “sul palco”, a confrontarci su questioni attuali: la  maternità non-biologica che porta a modelli di famiglia alternativi, il drammatico lacerante tema di una morte pietosa quando non c’è più rimedio alle sofferenze di un malato.

TOUR 2025

1 aprile Venaria Reale (TO; 2 aprile  Omegna (VB); 3 aprile  Bra (CU); 4 aprile Russi (RA) ; 5  aprile Concordia sulla Secchia (MO) ; 6 aprile  Crema

INFORMAZIONI FINO Al 23 MARZO :

Intero – 32.00 € + 2.00 € prevendita

• Ridotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita

• Abbonamento Menotti Card 4 ingressi €60, 8 ingressi €110

ORARI SPETTACOLI: Dal martedì al sabato ore 20; Domenica ore 16.30

Di Cristina Tirinzoni

Giornalista professionista di lungo corso, ha cominciato a scrivere per testate femminili (Donna Moderna, Club 3, Effe, Donna in salute). E’ stata poi per lungo tempo redattore del mensile Vitality e del mensile Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore, 2014) e Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni, 2010).

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