In occasione della sedicesima edizione di DonneTeatroDiritti, diretto dalla regista Embrìaco (fondatrice della compagnia MULTIVERSOTeatro), è andata in scena, al Pacta Salone di via Dini a Milano, la storia della Dalser, la prima moglie del dittatore fascista
Mussolini e le donne. Ne ebbe tante, le più conosciute Rachele Guidi e Claretta Petacci. Lo spettacolo La Mussolina, andato in scena al Pacta Salone di via Dini nell’ambito della sedicesima edizione di DonneTeatroDiritti, diretto e interpretato da Michela Embrìaco (regista, attrice, fondatrice della compagnia MULTIVERSOTeatro), con la drammaturgia di Angela Demattè, racconta la storia di Ida Dalser, la prima moglie di Benito Mussolini. Una donna cancellata dalla storia. Una storia riportata alla luce dopo un lungo oblìo. Fu internata in manicomio facendola passare per una squilibrata. Ida non era matta, ma pericolosa: la sua storia nascondeva un segreto troppo compromettente per il regime fascista: una moglie e un figlio abbandonati.
L’attrice Michela Embrìaco avanza nella scena al buio districandosi fra una foresta di aste giraffa per microfono, una immagine scenografica suggestiva, a simboleggiare il bisogno di Isa Dalser di raccontare la sua verità, di fare arrivare la sua voce il più lontano possibile. Per non farsi dimenticare. E’ la notte tra il 15 e il 16 luglio 1935, Ida Dalser è appena fuggita dal manicomio, calandosi dalla finestra con due lenzuola annodate, da sola, al buio, percorre la strada che da Pergine Valsugana arriva alla casa di sua sorella, a Sopramonte, piccola frazione sopra la città di Trento. Come in una fiaba nera, sta attraversando un bosco ed è convinta che a casa della sorella troverà il suo amore, Benito Mussolini, che la salverà. Verrà invece catturata e trasferita in un altro manicomio, a Venezia, dove il trattamento a lei riservato sarà anche peggiore. Niente lettere, niente visite, niente notizie dei suoi familiari, neanche di suo figlio a cui toccherà la stessa disperata sorte. Il manicomio: sistema in ogni dittatura per neutralizzare ed eliminare avversari e personaggi scomodi. Muore nel 1937 per emorragia. Una tragedia umana che, nel suo divenire, sembra quasi annunciare quella dalle proporzioni ben più vaste che vedrà coinvolta un’intera nazione adorante il Duce.
In un flusso di coscienza che procede senza pause, Dasler-Embrìaco ripercorre la sua vita, fra accelerazioni rabbiose ed estasi sensuali. Una vita che si intreccia inesorabilmente e drammaticamente con quella di Benito Mussolini, di cui si innamora perdutamente. Una donna ridotta all’ombra di se stessa, annullata nell’adorazione ad un uomo che niente, nemmeno quando viene abbandonata, riesce a far cadere dal piedistallo. Ida non si rassegna all’abbandono. Con caparbietà nel tentativo di resistere alla cancellazione, combatte per sé e per il figlio Benito Albino per far valere i suoi diritti in tribunale. Scrivendo lettere disperate a chiunque: alle autorità, ai giornali, al Papa.

Ida Dalser ((1880-1937) era stata una donna forte, emancipata, colta per l’epoca, e aveva costruito la sua vita con determinazione. Battagliera, senza paura di nulla e di nessuno. Finché la sua strada si incrocia con quella di Mussolini nel 1909. Era in mezzo alla folla quando il futuro Duce – che in quel periodo lavorava per l’Avanti!, all’epoca socialista e in seguito anche direttore del giornale – tenne un discorso a Sopramonte, in occasione di un comizio di socialisti. Prima di andarsene, i suoi occhi s’erano posati sull’unica ragazza che l’aveva applaudito la bellissima Ida Dalser, allora ventinovenne. Si sarebbero rivisti a Milano, nel 1913. Lei nel frattempo aveva studiato Medicina estetica a Parigi e, una volta rientrata in Italia, aveva deciso di aprire un salone di estetica a Milano; si chiamava “Salone Orientale d’Igiene e Bellezza Mademoiselle Ida”, in via Foscolo 5. Volendolo pubblicizzare si reca alla redazione dell’Avanti!, per commissionare un’inserzione sul giornale. E lì incontra Mussolini. Si innamorano. Nel giro di poche settimane lui si trasferisce a vivere a casa della Dalser. Una passione travolgente, soprattutto da parte di Ida che si annulla in questo amore; per finanziare il progetto di Mussolini di aprire il nuovo giornale Il Popolo d’Italia vende tutto: il suo salone di bellezza, i suoi vestiti, i suoi ori, attrezzature e mobilio. Rinuncia persino alla casa, tanto che la coppia va a pensione all’hotel Lario. Si sposano nel 1914 in chiesa a Milano (i documenti comunque spariranno pochi anni dopo) e l’11 novembre dell’anno successivo nasce un bambino, Benito Albino, riconosciuto in tribunale. Ma un mese dopo Mussolini sposa in gran segreto con rito civile Rachele Guidi, con cui aveva già avuto una figlia Edda, registrata all’anagrafe come “figlia di madre ignota”. Quando mandato al fronte, tornò nel 1917 ferito, fu raggiunto in ospedale da entrambe le donne che si aggrediscono. Benito se la cava facendo passare la Dalser per un’isterica: “È un’esaltata, da lei c’è da aspettarsi di tutto”. Epilogo tragico. Dapprima sorvegliata, perché crea problemi all’immagine del Duce, viene rinchiusa nel manicomio di Pergine nel giugno 1926, registrata con il numero 3460 del registro generale. Diagnosi: paranoide. Le venne imposta la camicia di forza, fu più volte assicurata al letto con le cinghie. La documentazione epistolare ritrovata della Dalser, nonostante le condizioni, dimostra invece una straordinaria capacità di mantenere fino all’ultimo la consapevolezza e la lucidità su quanto le accadeva. Ed esprime il dolore più grande, quello dato dall’incredulità di una donna per la crudeltà subita.
E’ vero, come diceva tanta propaganda, Mussolini ha fatto tanto per le donne. Ma tanto male. Una violenza che si estrinsecherà in una legislazione antifemminista: no alle donne preside, no alle donne pilota. Vietato alle donne di insegnare alle superiori italiano, lettere classiche, filosofia. La vergognosa “autorità maritale,” contro cui il femminismo degli inizi del ‘900 lottava con forza, è inasprita dal Codice Rocco prevedendo il pieno controllo del marito sui beni di famiglia che andavano in eredità ai figli maschi e lasciavano alla vedova un usufrutto. E in contemporanea anche il “matrimonio riparatore” con cui si estingueva il reato di violenza sessuale. E qui vale appena ricordare, che solo nel 1975, lo Stato repubblicano introdurrà il nuovo codice di famiglia, la cui parola chiave è parità. E c’è da rabbrividire se si pensa che fino al 1996 la violenza sessuale non fosse considerata un crimine contro la persona, bensì reato contro la pubblica morale, come il codice fascista prevedeva. La violenza alle donne ha profonde radici culturali. Serve un cambiamento culturale, ce lo diciamo sempre. La forza del teatro è in prima fila in questa battaglia, scavando tra pregiudizi basati su modelli stereotipati della figura femminile: “Il teatro non è solo una performance, è una vera e propria esperienza collettiva, apre a una serie di domande, di interrogativi a cui, insieme, possiamo dare delle risposte soprattutto alle nuove generazioni”, afferma convinta Francesca Embrìaco che con la sua compagnia Multiverso, fondata a Trento nel 2009, ha scelto di portare in scena spettacoli e laboratori teatrali che possono aiutare a capire quanto gli stereotipi di generi siano ancora presenti in noi, uomini e donne. Date della tournée di La Mussolina in via di definizione.